Straccacella

Straccacella

 

Dimenticate le poesie dei sommelier. Ad Arquata del Tronto, il linguaggio del vino nasceva

nelle osterie e nei campi, dove le parole erano sferzanti come il vento dell';Appennino. E tra tutte le espressioni, Straccacella è quella che non lascia scampo.

 

Se pensate che fosse solo un modo per dire, ad esempio che il vino è forte, vi sbagliate o perlomeno aveva duplici significati, positivi o negativi, a seconda del caso. Era il lato oscuro, ironico e spietato, un termine comunque utilizzato per identificare la fisica del vino, il proprio e quello degli altri.

 

In dialetto, la cella (lu' cello) è il membro maschile. Straccare significa sfinire, stancare.

Quando un vino viene bollato come Straccacella in senso negativo, è nu' straccacella il messaggio era chiaro, non è vino, è acqua colorata. È debole e inconsistente, non ha struttura, non ha grado alcolico, non ha anima. È quella che i vecchi chiamavano sciacquatura di botti. È diuretico per disperazione essendo praticamente acqua, il vino passa attraverso il corpo senza lasciare traccia, se non quella di farti correre continuamente al bagno.

Il termine diventa allora una beffa fisica. Se il vino ti costringe ad

alzarti ogni dieci minuti per andare a urinare, finisce che ti stanca il membro a forza di

tirarlo fuori. È un vino che ti fa faticare senza darti il piacere della sbronza o del sapore, non può chiamarsi vino.

 

Nelle gerarchie del bere di Arquata, dare dello Straccacella a un vino era l'insulto

definitivo al produttore o all'oste. Ma che me date da beve?. Stù straccacella?.

Il senso, mi stai dando un liquido che mi fa solo perdere tempo  e che mi fa correre a pisciare, senza scaldarmi il cuore o sostenermi nello sforzo.

 

La doppia faccia della medaglia, e qui sta il genio del dialetto arquatano. La stessa parola descrive due opposti, ma sempre con un riferimento diciamo carnale:

In positivo, soprattutto in connubio con il formaggio pecorino, aveva il significato di infondere forza, estremamente afrodisiaco. Un vino così potente che ti stanca la notte con la tua bella perché ti darà una gran forza vitale. Quisse scii che è vi', Stanotte me fà straccà la cella.

 

In entrambi i casi, faceva riferimento al corpo dell'uomo, una bevanda chiaramente unisex, che toccava la sua parte più intima, Detta la sentenza definitiva sulla qualità di quello che c'è nel bicchiere.

 

Il vino deve avere una dignità, soprattutto se proviene d'Arquata. Se scivola via come acqua, se non lascia segno, se ti costringe solo a lavorare di cella senza darti la sostanza della terra, allora non merita rispetto, come il lavoro del malcapitato nella vigna. Un modo di dire severo, io lù facce mejè, io so più brave, lù mia scii che è bune.

 

Lo Straccacella è il monito eterno del bevitore schietto, il vino deve nutrire e colpire, non

deve essere un inutile esercizio idraulico. Perché ad Arquata, anche per andare in bagno, ci vuole un motivo valido. E quel motivo deve essere un vino vero.

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