Vino Pecorino Originale

La Storia, le Origini e le Tradizioni del Vino Pecorino di Arquata.

Indice pagina:

Premessa

1.1 Le Origini del nome.

1.2 Che chi ha le vigne degano piantare lu canneto.

1.3 La vendemmia del 1585.

1.4 Arquata terra di Vino.

Il vino d'Arquata, premessa:

La Storia del nostro Vino così vituperata da presunte Associazioni vicine e lontane con Denominazioni varie, va recuperata perché identitaria nella sua terra, Arquata del Tronto. Don Adalberto Bucciarelli. storico locale, ne descrive le origini nel suo libro "Dossier Arquatano". Grazie alla sua sensibilità storica e culturale verso la terra natia ho potuto visionare e ripercorrere rotte che possono rappresentare nuovi orizzonti di sviluppo per tutti i cittadini di Arquata del tronto. Altre informazioni, fondamentali nella ricostruzione storica le ho potute visionare presso l'Archivio storico di Norcia, dove un Manoscritto della fine del 1200 d.c. attesta come la cura della vigna fosse ritenuta di primario interesse già all'epoca.

1.1 Le Origini del nome Vino Pecorino:

Immagini gentilmente concesse da Don Adalberto Bucciarelli, tratte dal libro Dossier Arquatano.

La necessità dei frati del convento Benedettino sito in Borgo di Arquata del Tronto di un vitigno in grado di dare loro un vino che durasse tutto un anno, non solo per dire messa, ha prodotto il Vino Pecorino. Presumibilmente siamo nei dintorni del 1200 d.c. e una delle regole benedettine, Norcia confina al lato nord-ovest del contado, comandava non più di tre calici a dì. Un vino proprietario permetteva di oltrepassare una così ferrea disciplina se bevuto nel silenzio e nella contemplazione di Dio e del Luogo. Il nome Vino Pecorino, oggi così decantato da Cantine rinomate da freggi i più diversi che fanno di questa vite loro autentica, dimenticano che all'epoca la vite era sinonimo di vita. La leggenda di questi ultimi lega il nome alla transumanza e che derivi da pecora, nel senso più dispregiativo anche per il luogo d'origine, bene è solo fuorviante. Il concetto che le pecore entrassero nei vigneti per mangiare il rinomato prodotto è privo di fondamenta storiche e culturali. Come ricorda Bucciarelli editti ad hoc esistevano già nel lontano Statuto Comunale di Arquata del 1574 e punivano duramente i trasgressori, in linea con il precedente Statuto Nursino, di seguito trattato. È possibile tutt'oggi visionare le vigne centenarie per accorgersi come ad un'altezza media delle viti di circa 1,20m, non sono sottoposte ad alcun pericolo di essere divorate dagli animali selvatici presenti, figuriamoci nei periodi storici precedenti dove la campagna era vissuta tutto il giorno.

Il nome deriva dall'accostamento del vino al formaggio pecorino, prodotto in voga anche all'epoca. Nel dettaglio, la "Frizzantezza" del Vino Pecorino si accompagnava perfettamente con la "Piccantezza" del formaggio di pecora. Durante i secoli bui nell'Alto Medioevo i vini frizzanti  venivano chiamati con diverse terminologie, fra le quali ricordiamo quelle di “saliens” o “tiillans”, di lingua latina, oppure con quelle di “mordaci”, “piccanti”, “raspati o raspanti”, “razzenti” o “racenti”. Il formaggio di pecora acquisiva la sua piccantezza dalla lavorazione che subiva il caglio dell'agnello, in dialetto locale tale usanza era chiamata "Acconcia". Al caglio, usato per far coagulare il latte di pecora, venivano aggiunte erbe locali che donavano la caratteristica piccante. Ricordo che siamo in un periodo storico precedente alla scoperta delle Americhe ed all'arrivo in Europa del peperoncino. La frizzantezza del vino è invece dovuta alla doppia fermentazione per via  alla zona climatica. I primi freddi autunnali ne bloccano la fermentazione, per riprendere in primavera, a marzo. Connubbio di prodotti tipici che ancora oggi regala doti ed emozioni, le più svariate ai cittadini ed agli Ospiti. Ricordo infine le denominazioni del passato che lo legano al suo luogo d'origine, Pecorino d'Arquata, Pecorina Arquatanella o Pecorino Arquitano.

1.2 Che chi ha le vigne degano piantare lu canneto:

 

Presso l'Archivio storico di Norcia ho potuto visionare gli Statuti a stampa risalenti al 1526  in lingua volgare, nel caso, Rubrica .CXII, Titolo: che chi ha le vigne degano piantare lu canneto,  pag.510,511,  la prima citazione del nome Vino Pecorino. Precisiamo che gli statuti a stampa derivano da quelli Manoscritti, andati perduti dal rigore del tempo,  risalenti alla fine del 1200 e che Arquata del Tronto in quel periodo faceva parte proprio di quel distretto. Come dal titolo il Manoscritto obbligava i detentori delle vigne a impiantare le Canne da utilizzare per il sostegno fisico delle viti stesse. Di seguito la dicitura del manoscritto, estratto dall'originale:

 

Item statuimo et ordinamo che per havere abundantia de pali per mantenire le vigne delli homini della terre de Norsia, suo contado e districto, tucti et singoli homini della dicta terre et suo districtio che hanno le vigne de pecurino nel dicto districto sieno tenuti et degano, per fino ad dui anni da numerarse dal di della publicazione dello presente statuto, piantare et ponere nelle loro vigne o possessioni admino mezo staro de canne et epse da poi continuamente mantenere ad pena de cento soldi per ciashuno de contrafarà. Et che nullo nelle dicte canne o canniti dega dare danno ad pena de dece soldi per ciascuna fiata. Et che ciascuno iurato sia tenuto repportare quelli che daranno damno nelle dicte canne alla dicta penade soldi dece.


Il nome tecnico, di tale allevamento della vite è conosciuto come Allevamento a Conocchia e si è protratto per secoli, non solo in questi luoghi. Il sistema prevedeva tre o quattro canne poste in contrasto tra loro al centro, a mò di capanna, ed ogni canna sosteneva una vite. Il sistema è scomparso nel secolo scorso con l'arrivo delle macchine per lavorare la terra, data l'impossibilità delle stesse di passare tra i filari senza far danni alle viti ed alla struttura. La Conocchia richiede un forte impiego di manodopera, si pensi ad una prima vangatura ed ad almeno un ripasso a zappa.

1.3 La vendemmia del 1585:

Tratto dal libro Dossier Arquatano di Adalberto Bucciarelli pag.71

 

La disposizione per l'inizio della vendemmia era impartita dai signori Priori, i componenti dell'organismo di governo della città di Arquata del Tronto. Il Sensale stabiliva il prezzo di vendita del vino, questa figura nel periodo dei Comuni era utile ad agevolare le contrattazioni assumendo in molti casi la funzione di pubblico ufficiale. Si occupava quindi anche dell'ottemperanza delle norme e nel periodo di riferimento il maggior disturbo era rappresentato dal comportamento poco onesto dei gestori delle taverne. Il vino veniva stoccato in barili dalla capacità di  circa 33 litri e la vendita era usuale nelle Taverne tramite boccali la cui capacità nello Stato Pontificio, fino all'anno 1585, corrispondeva a 1,823 litri, livello più alto nell'Italia dei Comuni. Ad esempio, a Milano corrispondeva a 0,787 litri, ma esistevano anche sottomultipli. l'Oste aveva l'obbligo di riempire il boccale o il suo sottomultiplo fino all'orlo, la pena pecuniaria era di diece libre di denari.  Il boccale all'epoca era in ferro o coccio con una bocca più o meno larga che facilitava le frodi, per via dell'impossibilità di riempire il contenitore fino in cima, ma la più comune era l'aggiunta di acqua nel vino. L' anno 1585 si ricorda nell'Arquatano per la tassa sulla Fojetta (Foglietta) di Papa Sisto V, un quattrino per ogni Fojetta di vino venduta. La necessità derivava dal racimolare nuovi fondi per finanziare i suoi progetti per Roma ed il precetto canonico si giustificava con la diminuzione del consumo di vino, suprattutto per l'ordine pubblico. Fù quindi rimpiazziato il vecchio boccale, con la fojetta appunto, fatte in vetro trsparente e con sigillo dello Stato Pontificio e senza bocca,  corrispondente a 1/2 litro ed i nuovi multipli e sottomultipli, il Barzilai da 2 litri, il Tubo da 1 litro, il Quartino da 1/4 di litro, il Chirico da 1/5 di litro ed il Sospiro da 1/10 di litro. La nuova norma provocò sussulti e lamentale anche ad Arquata, sino a che la diffusione della legenda in cui il Pontefice aveva fatto appendere un Oste non rispettoso delle nuove dispozioni placò i mugugni. Si narrava che lo stesso Sisto V recatosi in una osteria, tale Taverna del Leone a Tor di Nona, sotto le mentite spoglie di un vecchio eremita, ordinò molte mezze Fojette, tante da infastidire l'Oste che prese a male parole il nuovo sistema voluto dal Papa, ma gli costò la pelle.  Lo stesso Podestà, la più alta carica di governo della città di Arquata usò l'accaduto per intimorire il popolo restio al nuovo uso, invocando come l'ira del Papa Sisto V non lasciasse scampo per nessuno.

1.4 Arquata terra di Vino

Arquata del Tronto è il Paese del vino, la sua storia si articola anche attraverso l’evoluzione dell’arte della vite e si intreccia con il territorio, le epoche passate ed i nostri usi e tradizioni.

Ha come sua particolarità geografica un territorio fatto in gran parte di alta collina, estendendosi tra i circa 600 metri del paese di Trisungo fino lassù a nord protetta dal Monte Vettore, 2476 mt, ed dalla catena dei Monti Sibillini e a sud/ovest dal monte Pizzo di Sevo, 2419 mt, ed la catena dei Monti della Laga. Vocata per la viticoltura già in epoca Romana, Plinio il Vecchio nel I sec. d.c. in “Naturalis Historia” descrive il vino cotto e le uve nella zona di Acquasanta Terme e cita il Moscatello. Vitigno presente anche ad Arquata del Tronto, l'antica Surpicanum, alle latitudini più basse fino ai 700 metri. Le persone anziane del paese intervistate, Gigli Alberto ed Eupizi Arnaldo, ne ricordano la coltivazione e la particolare dolcezza, ambita dalle scorribande dei ragazzi dell’epoca. Dobbiamo fare un salto temporale di circa un millennio per arrivare alla costruzione del Monastero Benedettino a Borgo di Arquata, i frati portarono l’arte del buon vino e lo studio delle terre più vocate. Già a quel tempo iniziarono a praticare una vinificazione minuziosa e favorito lo sviluppo di diverse varietà d’uva, oltre al Moscatello, il Pecorino e lo Zibibbo e di diverse tecniche di coltivazione più opportune al luogo. L’interesse era avere un vino da utizzare nei riti religiosi che durasse fino alla vendemmia successiva senza che diventasse aceto. La pratica del vino cotto, già in voga sul territorio, non era ritenuta idonea per un utilizzo nella ritualità religiosa, suppongo per un’interpretazione ortodossa del vangelo. Dobbiamo aspettare l’inizio del XVI secolo, quando nel 1534 Sante Lancerio, bottigliere di papa Paolo III, esalta la bonta del Vino Cotto ritenendolo di qualita tale da poter essere utilizzato nel rito sacrificale della Santa Messa. I Frati Francescani si sostituirono ai Benedettini nel Convento di Borgo, forse dopo che giunse qui nell'anno 1215 San Francesco d’Assisi. Non si fermò certamente la cura e la possione per il vino, evolvendosi ancora come parte integrante della vita del luogo. Quel che è certo il vino non era considerato come un privilegio delle classi più agiate, anzi era il collante sociale dell’epoca, così come ricorda Adalberto Bucciarelli, le taverne locali erano il tipico luogo d’incontro e d’evasione ad una vita grama di fatiche e ristrettezze per tutti ed il Vino Pecorino il rimedio.

Andrea Bacci, medico di Papa Sisto V. nel 1596 pubblicò l'importantissima opera “De naturali vinorum historia, De vinis Italiae e De conviviis antiquorum". Trattato in latino sui vini suddiviso in sette libri e nel quinto, “In Picenis”, parla dei vini del Piceno. A pagina 42 del capitolo:”Vino dell’Agro di Ascoli Piceno”, narra del vino cotto della zona di Acquasanta Terme, in questo contesto mi interessa porre l’attenzione, alla luce della vicinanza territoriale e culturale, alla cura e alla passione della vite in quell’epoca storica. In una sua citazione:” gli industri coloni coltivano badando non tanto alla quantità quanto alla perfezione”, rimarca la sentita importanza di ottenere una qualità di vino raffinato. Il Bacci ricorda anche diversi vini frizzanti anche se non cita il Vino Pecorino d’Arquata del Tronto.

Intorno alla metà del XIX secolo, molte viti europee furono colpite da una malattia causata dalla fillossera, un afide che succhia la linfa dalle radici. Ad Arquata del tronto, forse per l’altezza delle sue viti, essa non ne intaccò nessuna, ed ancora oggi possiamo vantare vitigni franco piede. L’infestazione fù così virulenta che di tutte le vigne della provincia Picena, dalla rilevazione dell'Estimo Rustico Gregoriano di metà secolo, ne rimasero solo 128 ettari per lo più concentrate ad Arquata del Tronto. Questo dato ci fornisce chiaramente quanto fossero estese le vigne in loco in quell’epoca e come il tessuto sociale fosse ancora radicato alla tradizione della viticoltura, ancora retta ed incentrata sull’opera dei Frati Francescani, ma da lì a poco il Monastero di Borgo verrà chiuso. Negli ultimi 50 anni la viticoltura Arquatana è stata quasi completamente abbandonata, non più sentita come arte locale. La terza rivoluzione industriale del dopo guerra ha progressivamente spopolato il territorio, dai circa ottomila abitanti residenti del 1945 siamo passati ai circa 1000 abitanti del periodo pre terremoto del 24/08/2016. Non abbiamo avuto la figura del Metalmezzadro, colui che dopo il lavoro in fabbrica tornava alla cura della terra. La distanza dalla città ha provocato un distacco drastico con il territorio d'origine, progressivamente ampiato dal non avere più in loco persone care. Ricordo ancora, nella mia infanzia degli anni ‘80, l’arrivo degli amici già alla fine della scuola in giugno, qui avevano nonni, zii e parenti, vi rimanevano fino in settembre con il nuovo inizio scolastico. Chi è rimasto o ha fatto il pendolare con la città o necessariamente dedito all’ agricoltura, per la maggiore a carattere zootecnico. Essi hanno eroso le vigne rimaste per fare spazio alla produzione di foraggio per gli animali da stalla. Oltre al Vino Pecorino, bisogna rendere omaggio all’arte senza tempo della vinificazione locale, figlia della storia e della cultura di Arquata del Tronto.

 

Mappa vitivinicola di Andrea Bacci, 1596 d.c.
Mappa vitivinicola di Andrea Bacci, 1596 d.c.