La Vendemmia

La Vendemmia

 

Il mese di Ottobre iniziava spesso con la raccolta di Castagne e Marroni, ma nella nostra cultura territoriale un’altro pensiero era indirizzato al costante monitoraggio della maturazione delle uve di Pecorino. Il test consisteva nel suo assaggio quotidiano, dopo esser ritornati dal bosco perché rinfrescante, non bisognava perder tempo, il rischio di deteriorarsi era troppo grande da sopportare nell’anima. L’avvicinarsi della brutta stagione, gli uccelli che ne mangiavano i chicchi, andava custodito a scapito di qualsiasi altra cosa. Il valore storico della Vendemmia è stato sempre molto sentito in questa terra fin dai tempi molto antichi e si è tramandato di generazione in generazione attraverso metodi di lavoro e tradizioni condivise. Come per la tradizione legata al maiale, si accomunava e condivideva il lavoro, tra amici, famigliari e vicini. Io l’ho vissuta alla fine degli anni ‘70, attraverso i miei nonni e i miei genitori, ricordo il tutto molto vivamente, tanto da assaporarne ancora le emozioni delle battute satiriche e gli odori del mosto.

I tempi giusti erano di solito dopo il cinque ottobre, la scelta avveniva al momento, si teneva conto della terra che doveva essere abbastanza asciutta sotto la vigna, dalle condizioni metereologiche, della luna in crescenza e naturalmente dalla maturazione dell’uva. Si preparavano ceste di vimini capienti che le donne portavano in testa fino alla bigonza legata al mulo, come un tempo fa, la morfologia del torritorio non sempre rendeva accessibile il tratto alle macchine agricole. Ad ognuno un filare, cesti a terra e forbici da pota o coltelli, così fino a sera, tra urla e schiamazzi vari su chi fosse più veloce.

Le Botti erano gia pronte in settembre, in media di venti quintali a famiglia. Si accedeva all’interno, tramite una nicchia alla base per raschiare con un apposito attrezzo simile ad una ronca, denominata la Racia, quella pellicola che il vino lasciava sulle pareti delle botti in legno di catagno e la Fieccia, i depositi dell’impurità del vino sul fondo. La fase successiva consisteva nel risciacquo del tutto e nella chiususa con la stoppa della nicchia sopracitata a cui era applicato un rubinetto chiamato Lu Sciuole.

La vendemmia assumeva un significato rituale e sociale per tutti i miei concittadini, fatto di fatica e solidarietà, non solo in vigna ma anche in cantina e in taverna. In cantina, predisposta da sempre per vinificare, si trovava una grossa vasca in tufo dove depositare le uve con adiacente una sorta di pozzo, in dialetto Lu Puzzitte, dove il prezioso succo scendeva, nella mia cantina conteneva quattro quintali di mosto. Nella vasca vi si accedeva a piedi scalzi e in più persone, ma il freddo ai piedi non permetteva di restare fermi, bisognava necessariamente muoversi, non proprio un ballo ma una sorta di riscaldamento che durava ore. Alcuni versavano il mosto che scendeva nel pozzetto tramite grossi mestoli di rame nella botte, così tra racconti e Pastalocchie, le favole locali anche inventate all’occorrenza, si arrivava a sera e la mente tornava alle castagne e ai marroni ancora da raccogliere, giusto una pausa… di lavoro. Il giorno dopo sotto i castagneti la mente tornava alla cantina e al da farsi con i vinacci.

I patti o le promesse avvenivano dinanzi ad un buon bicchiere di Vino Pecorino, forse perché tutti ne riconoscevano la valenza, di cordialità, condivisione e qualità e non solo in casa. La taverna era il luogo per eccellenza per degustarlo e far polemica su chi lo sapesse fare più buono ed anche il luogo dove i suoi usi si condividevano e confrontavano.

La gratitudine verso questo vitigno è stata sempre sentita in questi luoghi perché ha rappresentato nei secoli l’unica divagazione permessa a una vita grama e sacrificata. Forse la disgregazione territoriale moderna è sovraggiunta anche dal suo progressivo abbandono a favore di una vita urbana ritenuta più semplice da sopportare.

Le Tradizioni
Il Mulo nella Vendemmia.

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Commenti: 2
  • #1

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